Sono cresciuto con la leggenda del pugilato, di quelli che ti raccontano di tremila persone a vedere le riunioni, del circolo G. Amendola, di mio nonno che ripete“Da grande devi fa o bocchisiero”.
E allora ho preso il registratore e me le sono fatte raccontare un’altra volta, le loro storie. Nei racconti sembra che il tempo e lo spazio non esistano: grandi campioni, i nomi, gli incontri, si alternano, si confondono, sono tutti lì, presenti, vivi. Da Trieste a Manila, da Caracas a Helsinki, non c’è distanza, non c’è differenza, tutto ha lo stesso valore, o forse non ne ha. Hai davanti un uomo che è stato “e che ti guarda così, che ti parla come se tutto fosse passato, come se nulla avesse importanza,
Ne è venuta fuori non una narrazione ma un racconto fisico fatto di azioni, gesti, di balletti mancati, di ritornelli infantili e crudeli, una partitura musicale, dove gli strumenti sono i personaggi di un racconto collettivo fatto di urla bestemmie dialetto sussurri e cantilene.
Vorrei soprattutto che questo spettacolo piacesse a Sergio, vincitore di una medaglia olimpica, secondo campione del mondo” dice lui, a cui la federazione non riconosce nemmeno una pensione; a Giggi, il suo manager ma anche a Tiberio Mitri, campione dei pesi medi negli anni ’50, sfidante di Jack La Motta , attore di cinema, tossicodipendente, padre sfortunato e sex symbol, travolto da un treno mentre camminava su un binario della Roma-Civitavecchia”