Nella prima parte dell’Utopia (1516) di Tommaso Moro la lunga discussione sui mali sociali dell’Inghilterra culminava nel famoso passo di Itlodeo sulla distruzione della classe contadina medievale:
«Le vostre pecore, di solito così mansuete e nutrite così a buon mercato, adesso, a quanto si dice, son diventate così fameliche e aggressive da divorarsi addirittura gli uomini e da devastare e spopolare campi, case e borghi... I nobili, i gentiluomini, e perfino certe sante persone come gli abati non lasciano palmo di terra alle colture, cingono di steccati tutti i campi per destinarli al pascolo, abbattono le case, demoliscono i villaggi, lasciano in piedi solo la chiesa per usarla come ovile... ».
Questa descrizione è inserita all’interno di un’analisi così acuta degli influssi sul popolo del capitalismo nascente, che Marx la citò nel Capitale, ed è un capolavoro di indignato sarcasmo umanistico. I nobili che infuriano come terremoti a radere al suolo interi distretti, gli uomini di chiesa che, crudelmente incuranti del loro gregge spirituale, lasciano in piedi le chiese solo per farne dei proficui ovili, la terra che non è più terreno coltivabile comune per una classe stabile di yeomen ma un insieme di recinzioni private per ricchi latifondisti che sbattono sulla strada i loro affittuari a mendicare e a rapinare, e infine le pecore un tempo miti che sono ora diventate belve e divorano l’uomo...
(da Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, poetica e storia di un genere letterario, Il Mulino, 1985)

 
<

In un’altra residenza mi compiacqui assai di conosce-re un progettista che aveva inventato un sistema per arare la terra a mezzo di maiali, risparmiando così l’aratro, i buoi e la fatica. Il metodo era il seguente: si seppellisca in uno iugero di terra, a intervalli di quindici centimetri e a profondità di venti, una certa quantità di ghiande, datteri, castagne e altre bacche o vegetali di cui i maiali vanno più ghiotti; poi si mandino per il campo seicento o anche più di quegli animali, e questi in pochi giorni vi scaravolteran-no col grugno tutto il terreno in cerca del cibo, facendolo pronto per la semina e al tempo stesso concimato col loro liquame. È vero che, alla prova, si scoprì che la cosa co-stava molto danaro e fatica, mentre il raccolto era poco o nulla; ma non si dubita che codesta invenzione possa essere destinata a grandi miglioramenti.
Viaggi di Gulliver, Parte III, cap. V

Un’altra ragione mi trattenne dall’essere troppo corrivo nel cercar di estendere i dominii di Sua Maestà con le mie scoperte. A dire il vero, mi venne qualche scrupolo riguardo alla giustizia distributiva dei principi quando si tratta punto di estendere i dominii. Per esempio, una banda di pirati è spinta da una tempesta alla deriva; un mozzo, finalmente, dalla cima dell’albero maestro avvista terra; essi approdano per rubare e saccheggiare; trovano una popolazione innocua, sono accolti con gentilezza, danno un nome al paese, se ne impossessano formalmente per conto Corona, piantano una tavoletta imputridita o un sasso a ricordo dell’evento, assassinano due o tre dozzine d’indigeni, portano via per forza una coppia da servire per campione, tornano in patria, vengono perdonati. S’inizia allora il nuovo dominio acquistato per diritto divino. Appena è possibile spediscono delle navi; gl’indigeni sono tutti o scacciati o distrutti, i loro capi vengono torturati affinché svelino dove hanno riposto l’oro che posseggono; si autorizzano crudeltà d’ogni genere e stupri; il suolo fuma del sangue degli abitanti; e questa esecranda masnada di beccai adoperata per una tanto pia spedizione è ciò che costituisce una moderna colonia intesa a convertire e civilizzare una popolazione idolatra e barbara.
Viaggi di Gulliver, Parte IV, cap. XII