CYBERIA

L'ultimo pioniere

 

Giuseppe Bartolucci non c'è più. Aveva 73 anni e da più di trent'anni svolgeva l'attività di critico teatrale militante. Da almeno cinque anni era scomparso dalle scene per via di un ictus che aveva minato la sua capacità di presenza e di guida intellettuale della nuova scena italiana.

Negli anni Sessanta sciveva per "L'Avanti" per diventare poi condirettore dello Stabile di Torino e in seguito responsabile del Teatro Scuola a quello di Roma. E' alla metà degli anni Settanta con la creazione della tendenza della Postavanguardia che si connota il suo ruolo di propulsore teatrale con rassegne ( innumerevoli, fino alle più recenti del Premio Opera Prima per il Teatro di Ricerca a Narni) e progetti di ampio respiro culturale come "Paesaggio Metropolitano" alla Galleria d'Arte Moderna di Roma.

Più di una generazione di autori e spettatori deve a lui un' "educazione sentimentale" al teatro: al teatro che cerca. Con lui , l'ultimo pioniere, scompare un approccio militante all'idea stessa di superamento teatrale.

Tra i tanti, tantissimi libri e saggi critici, si ricorda: "La scrittura scenica" Lerici 1969;"Teatro-corpo-immagine" Marsilio 1970; "Il vuoto teatrale" Marsilio 1971; "Il gesto teatrale" Electa 1980; tutta la serie del periodico "Teatroltre" Bulzoni.


Il nomadismo culturale di Giuseppe Bartolucci, maestro di critica militante.

E' con la scomparsa di una persona, e ancor di più con quella di un maestro, che emerge drasticamente il senso di vuoto creato dalla sua assenza. Non è retorica emozionale. O perlomeno non vuole esserlo.

Il fatto è che la morte di Giuseppe Bartolucci , e ancor prima il suo ictus, è giunta come a suggellare in modo irreversibile la fine di un'era, quella dell'avanguardia teatrale.

Quell'area di ricerca che in Italia, più che in altri Paesi, raggiunse livelli altissimi di complessità . Un gioco spesso estremo e spregiudicato che in quei tempi, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, vide una straordinaria quantità e qualità di forze in campo. Una condizione impossibile oggi se non su altri piani, molto meno ideologici, non più definibili quindi in quanto "avanguardia".

In quel contesto vi si rispecchiò la conflittualità e ancor di più l'antagonismo di cui era pervasa la società italiana, liberando però energie che proprio grazie a ciò fecero del teatro più di un 'arte : un atto di sfida, un comportamento diffuso , un linguaggio collettivo, un modello immaginario, un contagio.

Giuseppe Bartolucci di quel mondo fu non solo un critico di riferimento ma un terminale di sensibilità, il fulcro di un pensiero e di un'operatività che fa venire in mente le figure di Marinetti per il Futurismo e di Breton per il Surrealismo, come ha suggerito Lorenzo Mango.

Non è esagerazione. Siamo con Mango nel riconoscere a Bartolucci la capacità di dare un senso ancora più pregnante alla funzione del "critico militante", una qualità che va ben oltre la pratica analitico-giornalistica. Si tratta di quella funzione proiettiva in grado di contestualizzare un atto teatrale in una tendenza evolutiva , valorizzando più l'intuizione , l'idea germinale, che la risoluzione formale. Una proiezione capace di colmare con uno sguardo strategico le mancanze, contribuendo così a dare valore sostanziale a quell'arte dello spettatore che fa del teatro un evento di "percezione condivisa".

Un'attitudine che tende a superare il principio stesso del punto di vista per dare vita a qualcosa che potremmo definire, giocando con le parole, "punto di vita". Qualcosa che procede attraverso la forte adesione personale ad un evento esistenziale qual'è il teatro nell'arco di uno spazio-tempo condiviso realmente.

E' grazie al valore di questo scambio che la "postavanguardia" si è fatta, più che tendenza teatrale, movimento a tutti gli effetti, contribuendo alla formazione di una generazione di spettatori affinati alla ricerca di nuove forme espressive in grado d'interpretare la contemporaneità. Bartolucci creò le opportunità (rassegne, convegni, workshop) in cui si è sviluppato questo patto di sensibilità tra autori e spettatori, creando così un alveo fertile , un ecosistema, per esperienze che con la loro "invisibilità" , la loro incompiutezza formale , difficilmente sarebbero sopravvisute nel mercato teatrale. A differenza di oggi, in cui i cosiddetti "teatri invisibili" non trovano attenzioni se non paternalistiche, allora, in città come Roma e come Napoli in particolare, i giovani gruppi riuscivano ad entrare in quelle "zone autonome" partecipando ad un clima di scambio intellettuale, di confronto, che si sarebbe tradotto in progettualità teatrale.

Era la fine degli anni Settanta e la componente più creativa di una generazione alla deriva postideologica di quegli anni di piombo trovò in quelle performances metropolitane un'occasione importante per sopravvivere al presente, per riattivare delle valenze ideali destinate al riflusso.

Ad alcuni questo punto di vista parrà parziale, condizionato da un'emotività soggettiva, la mia (basti sapere che allora ero il critico teatrale di Lotta Continua), tesa ad evocare solo alcuni aspetti particolari. Ma non è solo questo.

Lo stesso ruolo di Bartolucci è comprensibile alla luce di quella situazione: in quella sua capacità di agitatore intellettuale , capace quindi di entrare in relazione con una generazione di autori e spettatori a nervi scoperti, furiosi e delusi. Il suo pensiero teatrale di rabdomante, grande nomade culturale qual'era, appare oggi come un presagio: andare oltre l'avanguardia per fare anche del "nuovo" una tradizione.

Carlo Infante